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Sequenzialità apparenti

Un uomo stava mettendo assieme i pezzi di un puzzle. Ne aveva già scoperto gli incastri, e se ne stavano disposti correttamente sul tavolo in attesa di essere riportati sul foglio che li avrebbe ospitati da lì in avanti. Il movimento era ripetitivo e gli dava il tempo di osservarsi e rifletterci su; analizzò la sua mano e pensò all’inizio e alla fine del proprio gesto: prendere il pezzo, posizionare il pezzo. Sentì la necessità di ridefinirne i confini e precisò: posizionare il pezzo precedente, prendere il pezzo successivo, posizionare il pezzo. Trovò indispensabile incasellare il processo entro vincoli di causa–effetto visibili ad occhio nudo.
Eppure dopo poco anche questo sistema gli parve troppo approssimativo: era tutto ciò che di fisico avveniva, questo sì, ma riflettendo non riuscì a collocare il momento in cui nella sua testa compariva la necessità di prendere il pezzo successivo. Quel pensiero attendeva con rispetto che le dita accompagnassero con successo il precedente e si preoccupava di non disturbarle, ma da quanto fosse lì ad attendere non riusciva a capirlo. Forse era l’avvicinarsi della fine di un altro movimento a farlo saltare fuori, o magari era proprio lui, nascendo, a determinare l’inizio della fase conclusiva del precedente.
Si confuse a tal punto da scombinare sia i pezzi sul foglio che quelli sul tavolo. Si chiese ancora una volta quanto fosse strano il susseguirsi di finali ed inizi, finendo per pensare che i loro incastri assomigliassero ben poco al suo puzzle. Lo pensò a tal punto che dovette buttare via tutto, scatola compresa: i profili erano troppo precisi e combaciavano alla perfezione. Tutta quella finzione finì per dargli la nausea e quella notte dormì male.

Pubblicato il 15/5/2012 alle 1.16 nella rubrica L'ebbro sul battello.

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