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AnimeSalve
L'isola che forse c'e'
10 novembre 2011
La tavolozza dei colori
Il nuovo pezzo di Leonardo, perché stasera non potevo andare a dormire senza prima farlo parlare.

Aveva appena finito il caffè quando mi disse che non avrebbe preso altro per colazione. Ci eravamo alzati tardi, perché nessun impegno premeva prima di mezzogiorno e perché, chi per un motivo e chi per un altro, eravamo rincasati tardi. Leonardo aveva l’aria soddisfatta di chi ha appena raggiunto qualche obiettivo desiderato da tempo, il che era strano se si pensava che ci eravamo appena tirati su dal letto e che, per quanto sapessi dosare bene gli ingredienti nella moca, non era certo cosa da rimanerci stupiti.
Si avvicinò al rubinetto e cominciò a strofinare con le dita la tazzina, facendovi scorrere un po’ di acqua fresca all’interno e sui bordi.
“Hai mai pensato a quanto siamo tiranni nei confronti di noi stessi, in materia di ricordi?”
La sua domanda mi colse impreparato, gli dissi che non capivo bene a cosa si riferisse. Lui, come spesso faceva quando mi vedeva in situazioni simili - che sospetto tendesse a creare volutamente, sorrise e si mise a spiegarmi.
“Esistono diversi gradi, per così dire. Tu pensa ad una tavolozza di colori, di quelle da pittore, a tua disposizione. Determinati ricordi sono più vivi non necessariamente perché più vicini nel tempo: sono una tela che sei abituato a dipingere e ridipingere, una sorta di tema a cui tendi a ricorrere molto spesso. Qualsiasi sia il motivo che te li ha stampati in mente, che fosse passione piuttosto che dolore, che si tratti di faccende tristi o meno, sono immagini che spesso vuoi riprodurre; per questo, hai sempre a disposizione i colori sulla tua tavola, sapendo di utilizzarli frequentemente.
Ma noi siamo pittori che non smettono mai di raccogliere nuove fonti di ispirazione. Capita allora che i colori sulla nostra tavolozza vengano sostituiti, ed il ricordo prima vivo comincia a perdere la forma fino ad allora così familiare. Sappiamo ancora disegnarlo, ma non riusciamo più a trovare i colori che, magari, ‘chi sa dove li ho messi’. A forza di dipingere altro, ci dimenticheremo persino che tonalità servivano; alla fine, anche tracciare i contorni diventerà difficile.”
L’immagine mi aiutò a capire il quadro d’insieme, anche se ancora non riuscivo bene ad inquadrare quale fosse il punto su cui, quella mattina, mi voleva invitare a riflettere: ma bastò che io annuissi perché lui ricominciasse a guidarmi.
“Il tiranno dentro di noi sceglie l’opera che andremo a dipingere e nasconde i vecchi colori, stando bene attento prima a ripulire per bene la tavolozza. Il pittore assiste impotente, ma ancora non ne soffre, rallegrato com’è dal pensiero della moltitudine di nuove immagini che lo aspettano.
Ci rattrista però, quando ci fermiamo a pensare, non riuscire a ridipingere vecchie tele che ci erano state care. Ti è mai capitato? E cominciamo a domandarci: qual’era il colore di quei capelli? In che posto mi trovavo? Che tempo faceva? Qual’era la parte di tutto questo che riusciva a trasmettermi quel sentimento?
Ma noi siamo furbi, più di quanto non immaginiamo. Talmente tanto furbi da sorprenderci. Succede allora che, qualche volta, di notte, quando il tiranno sta dormendo, il pittore sgattaioli via dalla sua stanza facendo bene attenzione a non fare rumore. Col passo leggero si infila in quel magazzino dove tutte i vecchi dipinti erano stati gettati: copie su copie, ammassate l’una sull’altra. Li pulisce dalla polvere e ne sceglie uno solo per volta, quello che davvero era stato il suo miglior lavoro su quel soggetto: lo ammira, di nuovo, dopo tanto tempo.”
Asciugò la tazzina e la rimise apposto.
“Il nostro sogno è la sua via di fuga. Ogni notte dobbiamo sperare di sognare perché possiamo, di nuovo, dopo tanto tempo, tornare in possesso di quei contorni, di quei colori e rivivere qualcosa che per noi, una volta, era stato così importante da volerlo dipingere un milione di volte.”




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26 agosto 2011
Sul finire di una sera

(Veloce comparsata di Leonardo)

Lo vidi più strano del solito, ma forse si trattava solo dei miei occhi che, a dire il vero, non andavano più a cercarlo così spesso come un tempo e che ora lo ritrovavano in uno stato particolare, una statua di valore lasciata a prendere polvere nel posto meno indicato. Se ne stava seduto sul letto e in viso non potei che leggere una certa dose di nervosismo - tradita da un respiro che sapevo associargli e che, complice il silenzio, mi arrivava ben distinto - ma non accennava a muoversi. Mi chiesi cosa stesse aspettando, poco prima che mi facesse notare il mio errore nello scegliere la domanda.
“C’è qualcosa che non vuole farmi andare a dormire. Un qualche senso di colpa di cui non avrei mai previsto l’arrivo, se tu me l’avessi chiesto stamani. Era pressoché impossibile: una giornata di sole, appena cominciata, senza neppure troppe faccende da sbrigare (escluse le solite dalle quali, lo sai, non posso separarmi).”
Mi indicò la scrivania: seguii la punta del dito fino al ripiano e, nonostante la penombra, vidi quel che c’era da vedere. Vidi, cioè, che non c’era niente, nessun oggetto che non occupasse da molto tempo un posto fisso sul legno. Forse c’era della polvere che però non vidi.
“Nulla, nulla di nulla. E bada che è un esempio. Poco prima di stendermi, molte cose mi hanno fatto capire che oggi è stata una giornata… non mi pare giusto dire ‘sprecata’, per cui credo che mi limiterò a dire che mi ha lasciato molti vuoti. Che sia un obbiettivo mancato piuttosto che una persona di cui sento la mancanza, fatto sta che non riesco e non voglio chiudere con questo punto di vista quello che ho iniziato così bene stamattina.”
Guardai l’orologio e mi accorsi che era molto tardi, realizzando anche che a me, tutto sommato, non sarebbe invece dispiaciuto finirla lì, quella giornata.
“Finirai per partire peggio domattina, se non te ne vai a dormire”, gli risposi.
“A volte bastano due parole sul finire della sera per cambiare tutto il resto.”
“Puoi sempre ricominciare domattina.” “Ricominciare da dove? Da qui? Sperare che un percorso in salita mi riservi qualcosa di meglio del tratto già percorso?”
“Quantomeno saprai perché ti trovi a quel punto di partenza.”
“Girare in tondo, lo sai, stanca.”




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2 maggio 2011
Una strada
Leonardo, per la prima volta, non ha parole da dire.

Fu come non averla avuta mai. Si fermò quando non riusciva più a vedere niente intorno, non sapendo a cosa dare la colpa. Tentò molte volte di chiedere al cuore di smetterla di battere così forte, o al respiro di farsi più rilassato che, in fondo, cosa c’è da correre; non ebbe presa su quella macchina a cui gli era sembrato giusto, fino ad un momento prima, richiedere il massimo dello sforzo.
Non aveva raggiunto, non aveva capito, non aveva trovato. Aveva camminato, passo svelto e testa bassa, per del tempo - un tempo che si sarebbe potuto dire ben speso se percorso con la consapevolezza del traguardo, ma che invece risultava essere troppo per una deviazione sterile.
L’infinito attorno non aveva significato: si sentì sospeso su un piedistallo circondato da strapiombi. Leonardo, dopo aver camminato così tanto, non seppe più dove muovere un passo.


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5 gennaio 2011
Immagini fossili

Dopo mesi di silenzio, era giusto concedere a Leonardo l'apertura del 2011, con un altro ritratto, intimo.


Se ne stava in piedi, fermo, da diversi minuti. La teca di vetro offriva un riflesso che, con garbo, non oscurava la vista di quel che nascondeva al suo interno. Le dita di Leonardo, che non si sarebbero mai azzardate a sporcare le pagine del vecchio manoscritto, neppure sfioravano la superficie lucida di protezione; fluttuavano, ricordandomi un po’ quelle delle zingare veggenti, intente ad interrogare sfere di cristallo. Sopra tutto, gli occhi si erano lasciati portare via dal tratto un po’ rovinato delle parole: un inchiostro vecchio di qualche secolo ha una voce molto leggera, richiede attenzione. In quel contesto, le frasi portavano dietro di loro ben più del significato letterale, e sapevo che a lui piaceva ascoltarle fino in fondo: aspettai in fondo alla stanza, sulla porta che dava alla parte centrale della biblioteca - l’uscita della mostra. Quando uscimmo, le gambe stanche ci spinsero verso una panchina in mezzo al giardinetto: toccata in pieno dal sole, ci avrebbe tenuto al riparo, durante la pausa prima di tornare a casa, dal freddo che non voleva saperne di calare.
“È come ritrovare sé stessi, in un mondo diverso”, mi disse poi, rompendo il silenzio, “anche se da qualche anno ormai tendo a non credere più all’esistenza di mondi diversi. Riscopro caratteristiche dell’animo che mi sono familiari, per non dire proprie; combinazioni caratteriali messe assieme decine di anni prima di me, accumunate non dal sangue ma, se puoi concedermi un attimo di vanità, dalla mente. Non ho intenzione di accostare la mia persona a nessuno, il fatto è diverso: tu sai come sono fatto, è inutile che mi dilunghi a ricordartelo.”
Risposi con un sorriso, ed incrociandomi con i suoi occhi capii che si trattava di una questione che aveva preso molto sul serio. Da molti mesi, dopotutto, si stava osservando con assoluta serietà: facevo tuttavia ancora molta fatica a comprendere se fosse soddisfatto di quello che vedeva, oppure no.
“Oggi tutti parlano di un idea di uomo a cui, nel bene o nel male, non mi sento di appartenere. Non ho mai neppure avuto voglia di sforzarmi di esserlo; tuttalpiù trattenevo qualche atteggiamento. Ultimamente non riesco: qualcosa ha rotto le righe di quello che cercavo di frenare.
È come se, tanto più che mi allontano dal baricentro in un verso, altrettanta spinta devo essere pronto a ricevere qualora dovessi mettere piede nell’altro. Probabilmente ormai non voglio neppure riportare le cose al punto di partenza: sarebbe ingiusto nei miei confronti.
Ormai, quindi, sento sempre di più il distacco da quelle figure di oggi. Mi alieno spesso dal confronto, perché so di non avere speranze, se badiamo ai loro criteri di valutazione.
Riscoprire una persona che poteva aver avuto un pensiero simile a quello che, fresco fresco, hai davanti agli occhi, è un grande conforto. Se è stato possibile che sia esistito in passato, è probabile che anche io abbia diritto di esserlo adesso.”
Mi frenai dal chiedere quante sfumature aveva assegnato alla parola “esistere”. Preferii alzarmi, invitandolo a fare altrettanto, per avviarci verso casa. Il freddo tornò ad essere l'elemento che ci rendeva uguali, a prescindere da tutto.




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10 luglio 2010
Il tavolo verde

"Adesso sta a te fare il mazziere."
Gli passai le carte e feci scivolare sul verde del tavolo il disco di plastica che portava impresso su ambedue le sue facce, ad interrompere il bianco di sfondo, la scritta "dealer". Leonardo cominciò a mescolare il mazzo, osservandone i movimenti con una certa avidità. Catturava qualcosa, lo si notava, ogni volta che le mani innescavano quel meccanismo ciclico di preparazione. Qualcuno al tavolo però dimostrò, con gesti poco equivocabili, che stava spazientendosi: riprendemmo il gioco appena in tempo per non far guastare gli animi.
Più tardi, tornati a casa, chiesi al mio amico cosa lo avesse tanto colpito in quell'oggetto. Lui mi fece cenno di aspettare e sparì dentro una delle stanze; se ne tornò dopo poco con il nostro mazzo da poker, sorridente.
"Delle carte in mano, che rappresentano l'elemento fondamentale del gioco", fece lui, "ed una spilletta a testimoniare che sei tu ad esserne il direttore. Il mazziere è un ruolo che da importanza, sei daccordo?"
Annuii.
"Bene: quindi lo sottovaluti. O lo sopravvaluti, a seconda di dove ti metti a vedere le cose. E' un ruolo che simula in qualche modo la realtà. E' un gioco affascinante! Ti prego: osserva il paragone.
Prendi, ad esempio, le carte. Puoi giocare quelle che vuoi, sperperarne quante te ne pare e distribuirne altrettante: il tuo mazzo è però contato, e non importa quel che inventi ma le carte, ipotizzando magari un loro ritorno in futuro, saranno sempre quelle. Finché campi. Questo lo trovo piuttosto realistico: per quante varianti tu possa apporre, ci sono alcune basi personali da cui non si può prescindere.
Ma non sempre sei tu a dare le carte. Anzi, la maggior parte delle volte devi giocare con quel che ti capita tra le mani o, addirittura, ingegnarti con quel che c'è sul tavolo. Il gioco però pecca sempre riguardo al peso delle scelte. Mi spiego: prendiamo le nostre decisioni sul banco verde con una leggerezza che non trova riflesso nel nostro modo di fare quotidiano.
Non è così facile intanto notare cosa si ha a disposizione. Cioè, amico mio, se la partita merita di essere giocata. A volte ci sediamo al tavolo senza la minima idea di cosa andremo a combinare. Può sembrare assurdo, ma se ci rifletti bene realizzerai che molte volte neppure ci accorgiamo di esserci messi a sedere; quante volte ci prenotiamo non volendo alla mano successiva!
La puntata, poi, spesso dipende dal carattere. Non credo di dovertelo spiegare: un impulsivo si getterà con più foga nella mischia delle scommesse rispetto ad un tipo riservato. Va da sé, il paragone è semplice.
Stare, lasciare, sono privilegi concessi di rado. Quante volte il piatto trabocca di troppe parti di noi messe in gioco per permetterci di abbandonare la partita.
Quante volte desidererei di accontentarmi di quello che ho in mano, sentendo di non volere altro. Deciderla per conto mio, la fine: si tratta di portare a casa un buon bilancio, senza rischiare perdite. Non è stupido.
Ma non è un tavolo dal quale è facile alzarsi, questo."
Restai imbambolato, con le mie carte in mano, senza sapere se fosse opportuno che io rilanciassi o se era il caso di lasciar chiudere la partita. Ma Leonardo aveva già visto: si voltò, avviandosi verso camera sua.
"Buonanotte", fece lui, "e ad ogni modo: bella partita, da rifare."
"Già. Buonanotte", risposi io.




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13 giugno 2010
Monopolio
Stava spegnendo una sigaretta nel posacenere, l'ultima di una serie da moderato fumatore - di quelli che ancora si sentono costretti a tirar fuori l'accendino, di tanto in tanto. L'afa l'aveva portato a togliersi la maglietta, con la pelle lasciata nuda a contatto con quel filo di vento che sembrava fare avanti e indietro ad intervalli regolari, distanti. Ad una o due gocce di sudore riuscì comunque di scappare e colare giù, fino al pavimento del terrazzo.
La schiena poggiata sul muro, le gambe distese a terra, lo sguardo non so dove. Avevamo parlato poco negli ultimi tempi: io avevo coltivato piaceri ed interessi personali che decisi preventivamente di non sottoporre al suo giudizio, per evitare che me li rovinasse. Leonardo aveva invece la voce nascosta da qualche parte nella testa. Quella sera tenni per me il mio mondo, ma fui spinto dalla curiosità di vedere il suo; mi misi a sedere accanto a lui, senza fiatare.
"Monopolizzare", disse lui, con tono di risposta, "mettere da parte ogni altra cosa e concentrarsi solo su quella. C'è di più: il monopolio non permette di pensare ad altro, non ci sono gli estremi per una libertà di scelta. Una sola cosa, una sola possibilità. Finché anche quella non crolla."
Non capii se volesse starmi lontano, quando si alzò in piedi per andarsi a poggiare con gli avambracci sulla ringhiera. Ma rimasi fermo, percependomi spettatore: come tale quel gradino, dalla terra alla ringhiera, era la distanza che mi sentivo in dovere di mantenere.
"Non credo di essere mai riuscito a monopolizzare i pensieri di qualcuno. Diventare una calamita, portarli a me. Forse non c'ho mai provato? Io non ci credo, troppe volte, ieri e oggi, ho desiderato di essere l'unico desiderio. Un piccolo lampo di egoismo che dopo la scintilla lasciava il posto all'altruismo - mi conosci! - di sempre.
E altrettanti i momenti in cui mi sono reso conto invece di avere la testa in monopolio di qualcuno, che avrei dovuto volere tante cose ed invece io non potevo che concentrarmi su un solo punto.
L'iper-specializzazione, chiamiamola così per farci due risate, non mi ha portato a molto. Ma non è una cosa che posso scegliere, d'altronde.
Dove voglio arrivare?"
Sì, mi ripetei, sì, dimmelo dov'è che miri. Qualche parte di me si sentì chiamata in causa e pendeva dalle sue labbra: il resto continuava a chiedere al cervello di staccarmi l'udito, che tanto non serviva, tanto erano solo parole, la mia storia era diversa. Questa storia, dicevo, non si generalizza. Annuii, lasciandolo proseguire.
"Ad una domanda.
Quanto è egoista aspettarsi che tutto si comporti come noi, nel caso in cui noi non si riesca a fare come gli altri? Io, io non lo so. Ma questo mi porta già in vantaggio su di te, vero?"



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31 marzo 2010
Oltre

Si persero gli occhi del vecchio sulle soglie ultime del mare.
Soglie del difetto umano, di occhi che non riescono a contenere tutto. Ed aspettano le onde, assieme alla speranza che portino con loro tutto quel che c'è da vedere nell'oceano. E' destino che non smettano mai di tremolare, le gemme incastonate nella sua testa, cercando: ma con quanta forza si muovevano ancora; gambe, braccia e perfino la testa si spostavano adagio, ora che degli anni non importava più tenere il conto. Ma lo sguardo no, scatta fino alla fine non meno agile di quello di un neonato: non perdono le speranze, gli occhi.
Se solo al corpo non fosse mancato il coraggio di spogliarsi degli abiti e gettarsi nel mare, colmare la distanza che lo separava dall'avere acqua tutta intorno e nient'altro. Se solo il buio del fondale non odorasse di ignoto. Se solo l'ignoto non avesse avuto per forza l'intenzione di nascondere qualcosa di negativo. Se solo ci fosse stata altra luce, oltre quella notte.
Sentiva il pensiero accaldarsi tra i se, sapeva che lì, come sempre, l'idea si sarebbe addormentata e poi spenta. Si asciugò le lacrime dal volto e decise: non avrebbe avuto senso un altro domani della sua vita vissuto in quel modo. Gettò il bastone, le scarpe, la camicia. Si tuffò nel mare ed incominciò ad avanzare lento, a fatica, ma la volontà smosse le ossa e riscaldò i muscoli. Quando non ci fu più terra in vista, si immerse.
Puntò verso il fondo, oltre il buio. Alla luce.
Navigò solo verso un vero amore, o un paesaggio impossibile da dimenticare, o chi sa che altro di magnifico.
La sua sagoma si perse nella notte del mare, e nessun altro uomo fuori dall'acqua avrebbe potuto vedere quel che lui vide, oltre.




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16 marzo 2010
Poter parlare, oggi
Dopo un po' di silenzio, ecco il nuovo di Leonardo.

Mi intrufolai in camera sua, quando ormai la tavola era sparecchiata da un pezzo e l'odore di caffè svanito, immerso nel ben più grande e persistente aroma della cena passata. La sera era andata spegnendosi e gli altri stavano già camminando verso le loro case, i loro letti, i loro sogni. Una quiete singhiozzante, con pochi passanti ed altrettanti motori ad intromettersi a tratti, accarezzava le nostre stanze. Quella di Leonardo in particolar modo. Ma nella mia si poteva godere della luce fredda della luna, che in tutta sé stessa s'era messa in mostra - in barba alle nuvole dei giorni passati. Nella sua no; vacillava soltanto la lampada da scrivania.
Se ne stava curvo su un foglio bianco, al cui fianco riposava una penna coperta dal proprio cappuccio. Non un cenno degno di nota, solo quel suo vago guardare oltre - giurando poi di non aver visto niente. Dovetti resistere all'impulso di interromperlo: dopotutto, erano giorni che mi appariva più allegro del solito. L'eloquenza era quella di sempre, solo sembrava più partecipe, ogni volta che lo tiravo dentro ad un mio ragionamento. Mi voltai e accennai a tornare sui miei passi, verso il salotto in cui forse m'avrebbe potuto accogliere a suo modo il televisore. Allora lui mi fermò, senza chiamarmi per nome.
"E' un po' come starsene contro vento, in una giornata in cui batte forte e copre tutto."
Cosa intendesse io non lo capii, non subito. Ma mi affascinò, come sempre, l'immagine che di quel pensiero ancora informe mi diede e la voce da primo mattino che la accompagnava. Attesi fintanto che lui non proseguì, dopo che ebbe dato riposo alla schiena distendendola.
"Ed anche se tu provi a parlare, nessuno raccoglierà quel che lanci nell'aria nemica, tormentata da un sentimento con cui non si può ragionare. Non è solo rabbia, benché risulti la più ovvia a cui pensare. Può trattarsi di qualsiasi cosa risulti un muro, rivolgendosi ad esso. Stupidità, distacco o anche, più semplice e più comune, trovarsi su piani diversi."
"Può essere colpa...", feci io, avvicinandomi un poco.
"...di nessuno", ribatté lui interrompendomi, "non esiste la colpa, fintanto che si tratta di relazione tra persone e fintanto che non subentra la menzogna - a sé stessi o ad altri. E' un punto che ho visto troppe volte sorpassato e che pure io giurerei d'aver calpestato più d'una volta, passando poi oltre. Fino a quel punto, però, esiste soltanto l'incompatibilità: ed è chiara, alle volte, proprio perché se ne sta sola, è ancora pura. Ed esiste. La sentiamo come un richiamo d'istinto, un vago accenno di sapore sgradevole in fondo alla gola: alle volte la si ignora, altrettante torna a richiedere giustizia.
Vedi, quando il vento passa, i muri non esistono e riesci a parlare, quel che ne esce fuori... quel che ne esce è liberatorio. Significa, per me, poter pensare al perché anche dopo aver già detto qualcosa. Niente ti assorda preventivamente e tu puoi persino pensare di giocare, per una volta, a fare te stesso. Anche quando fino a quel momento ti hanno sempre detto che era sbagliato. Anche se ancora hai paura di esserlo troppo, te stesso, di calarti con troppa foga nella parte."
Mi sorrise. Un espressione sincera, che io catturai ed avvicinai a me, stretta.
"Ma la cosa che può darti più fastidio, quando senti di poter parlare e di avere qualcosa di importante da dire - anche solo una, due parole, ma grandi, gigantesche - è non riuscire a dirle."




permalink | inviato da Syd il 16/3/2010 alle 18:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 gennaio 2010
Di serate in conclusione

Il suo ritorno fu condito da applausi e strette di mano. Sorrisi scavati con forza all’interno di facce conosciute da sempre o da sempre ignorate; a prescindere da quello che pensavano realmente, si erano dimostrati tutti molto felici di come era riuscito a camminare lungo la strada che riportava a casa. Soltanto io non presi parte alla festa, chiudendomi in un angolo a dialogare con il dubbio. Ed aspettai che svanisse l’euforia, che le porte si chiudessero e lasciassero la stanza solo mia e sua, di nuovo.
Lo avvicinai. Se ne era rimasto davanti al fuoco, seduto su una sedia che aveva visto su di sé, poco prima, gente ubriaca sfiorare i limiti della decenza. I gomiti poggiavano sulle cosce e le mani erano impegnate a sorreggere una faccia dallo sguardo lontano. I suoi occhi erano andati ben al di là di quel focolare. Neppure il forte odore che lasciano le feste – quelle con tanto da bere in particolar modo – sembrava scuoterlo. Il buio del camino, spezzato a mezzo dalla fiamma, l’aveva attratto a sé ed io, che di lui avevo profondo rispetto, mi misi a sedere ed aspettai che tornasse davvero in quella stanza.

Gli occhi si mossero, le sopracciglia si avvicinarono mentre le labbra si schiudevano, lasciando uscire una voce da primo mattino.
« Festeggiare, ma per cosa? »
Abbozzò un sorriso che sapeva, neppure tanto alla lontana, di ironia. Mi attraversò dentro, disseminando sul mio io semplice una ventata di complicazioni; se fosse stata un’altra persona, l’avrei racchiusa senza troppi pensieri nell’aggettivo “ingrata”, ma a lui non calzava. Non sapevo cosa aspettarmi.
« In che modo, poi? In gran parte ignorando quello che mi è stato detto. Mi sono attaccato e poi staccato da vizi che invece, secondo altri, prima dovevo rinnegare e dopo coltivare. Non ho avuto la mente fredda – ma davvero credevi, proprio tu, che sarei rimasto un impassibile campione della libertà, come volevate? Solo per rispettare un luogo comune o per farvi godere di una qualche rivalsa nei confronti di altri. »
Spostai indietro collo e testa, spalancai gli occhi e provai con debolezza a giustificarmi.
« Non ti ho mai detto cosa dovevi o non dovevi… »
« Ripensaci ancora » mi interruppe « prima di dirlo e poi, se ne sei ancora convinto, parla. »
Rimasi in silenzio, tornai avanti col corpo e lo lasciai proseguire indisturbato.
« Bene. Mi sono gettato in quello che mi sconsigliavate, con il passo più diverso da quello che mi avevate suggerito. Subisco con insofferenza i vostri complimenti. I vostri complimenti. Me li aspettavo, tutti quanti. Tutti… tranne quelli che non ho ricevuto. E sono loro che avrei voluto vedere davanti ai miei occhi. »
« Mi dispiace. »
« Menti. Sei in pace con te stesso, credi – e forse hai ragione – di aver fatto tutto quello che occorreva, come da regola. Ed io, questo di sicuro, sono stanco al momento e non in grado di analizzare le cose senza lasciarmi trascinare da una passione distorta, un fervore che sa tanto di stupidità.
Ma, per favore, non restare in silenzio.
Non è di silenzio che ho bisogno, ma di rispetto sincero per i passi che muovo. »



permalink | inviato da Syd il 27/1/2010 alle 1:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
17 gennaio 2010
Una fiaba piccola piccola
M'è uscita così, prendendo il primo oggettino capitatomi sotto gli occhi, in camera mia.

C’era una volta una foto. Ritraeva non-si-sa-cosa, in non-si-sa-quale posto e se ne stava bel bella in un album, circondata da tante sorelle. Lei però differiva di molto dalle compagne: non si voleva accontentare della sua situazione, né del paesaggio che portava ritratto tutto addosso. Perciò attese l’occasione giusta e, appena il fotografo la riportò alla luce gli chiese se, per favore, potesse aggiungere qualche particolare a dargli un po’ di colore; gli disse che ormai si era stancata di vedersi sempre uguale e che un po’ di cambiamento non avrebbe di certo guastato. L’uomo scosse la testa e disse che non si poteva fare.

Lei non si diede per vinta, così aspettò che passasse di lì un signor pittore, il quale di certo non le avrebbe mai negato qualche abbellimento. Gli chiese se, per amore dell’arte, potesse renderla più ricca di vita: voleva che le tinte le donassero un tocco di fantastico. L’uomo scosse la testa e disse che non si poteva fare.

Lei si sarebbe di certo messa a piangere ma, non ritraendo un paesaggio in preda alla pioggia, mancava di materia prima; si limitò a singhiozzare un po’, le sarebbe bastato. Il caso volle che ad uno scrittore arrivasse all’orecchio quel piagnucolio, così le si avvicinò e le chiese come mai fosse così triste. Lei gli spiegò che voleva tanto essere più bella, più ricca di dettagli e raffigurante un mondo fantastico. L’uomo le sorrise e disse che non si poteva fare.
Poi le si sedette a fianco e le spiegò che in realtà aveva già quello che cercava. Lei davvero non riusciva a capire, così lui cominciò a raccontarle una storia, che vedeva protagonista quel paesaggio che le sembrava tanto brutto. Lo scrittore si divertì a prendere con la punta delle dita ogni particolare non notato: gli dava una leggera spolverata, con un soffio, poi lo rimetteva a posto. Quindi le spiegò quante vite di persone quel paesaggio aveva vissuto, quante storie c’erano in effetti negli occhi di quegli alberi e quei sassi. Lei ascoltò con attenzione, rubata al malcontento dalla fantasia: solo quando l’uomo si alzò per salutarla ed andarsene, la foto riuscì a tornare in sé.
Si guardò intorno, adagiandosi con aria fiera tra le sorelle, che pativano in silenzio l’immobilità. Lei sorrise: di certo non era bellissima, ma aveva delle storie da raccontare e per questo era a tutti gli effetti viva.




permalink | inviato da Syd il 17/1/2010 alle 13:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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"Definire è limitare"
Oscar Wilde, "Il ritratto di Dorian Gray"

"Noi ti culliamo, amabile e grave Passione."
Arthur Rimbaud, "Le suore di carità"

"C'era una volta un gatto, un po' speciale. Nel corso dei secoli era nato e rinato più di un milione di volte. Non temeva la morte. Era stato allevato da generazioni di uomini verso cui non aveva provato che indifferenza. A un certo punto decise di diventare un libero gatto randagio. Incontrò una bella gatta bianca e vissero insieme felici e contenti. Passarono gli anni e la sua candida compagna, ormai vecchia, si spense. Lui pianse per più di un milione di volte, e poi la seguì. Non rinacque più."
Cowboy Bebop, da The real folk blues, parte II, episodio 26

"Oggi ci sono persone molto più giovani di me che vogliono fare i poeti di professione. L'altro giorno mi telefona un tale e mi dice: "Sa, io devo vincere un premio, perché ho bisogno di aiutare i miei genitori". Ma per aiutare i genitori ci possono essere molti altri mestieri! Il professionismo poetico non esiste ora, come non esisteva per i nostri maggiori poeti del '900. "
Giovanni Giudici, da “andare in Cina a piedi”.