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AnimeSalve
L'isola che forse c'e'
15 maggio 2012
Sequenzialità apparenti

Un uomo stava mettendo assieme i pezzi di un puzzle. Ne aveva già scoperto gli incastri, e se ne stavano disposti correttamente sul tavolo in attesa di essere riportati sul foglio che li avrebbe ospitati da lì in avanti. Il movimento era ripetitivo e gli dava il tempo di osservarsi e rifletterci su; analizzò la sua mano e pensò all’inizio e alla fine del proprio gesto: prendere il pezzo, posizionare il pezzo. Sentì la necessità di ridefinirne i confini e precisò: posizionare il pezzo precedente, prendere il pezzo successivo, posizionare il pezzo. Trovò indispensabile incasellare il processo entro vincoli di causa–effetto visibili ad occhio nudo.
Eppure dopo poco anche questo sistema gli parve troppo approssimativo: era tutto ciò che di fisico avveniva, questo sì, ma riflettendo non riuscì a collocare il momento in cui nella sua testa compariva la necessità di prendere il pezzo successivo. Quel pensiero attendeva con rispetto che le dita accompagnassero con successo il precedente e si preoccupava di non disturbarle, ma da quanto fosse lì ad attendere non riusciva a capirlo. Forse era l’avvicinarsi della fine di un altro movimento a farlo saltare fuori, o magari era proprio lui, nascendo, a determinare l’inizio della fase conclusiva del precedente.
Si confuse a tal punto da scombinare sia i pezzi sul foglio che quelli sul tavolo. Si chiese ancora una volta quanto fosse strano il susseguirsi di finali ed inizi, finendo per pensare che i loro incastri assomigliassero ben poco al suo puzzle. Lo pensò a tal punto che dovette buttare via tutto, scatola compresa: i profili erano troppo precisi e combaciavano alla perfezione. Tutta quella finzione finì per dargli la nausea e quella notte dormì male.




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26 aprile 2012
Camminare lenti, quasi fermarsi
Non c'è tempo per stare fermi, ma a volte vale la pena almeno rallentare. Non si tratta di godere meglio di certi particolari che, senza dubbio, andrebbero persi se testa e piedi corressero a ritmi alti.
È solo un ricordare a sé stessi che se anche non si può controllare il tempo, siamo almeno in grado di decidere il nostro rapporto con lui.



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11 febbraio 2012
Sul finire di una (altra) sera
Come nel teatro, il verso impone un vincolo che garantisce, una volta fatto proprio, una libertà maggiore. Ancora una volta trovo questa libertà sul finire di una sera.





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21 gennaio 2012
Compleanni da bambino

Ventitré anni. Cosa vuoi che sia passato? Sono ancora ad un passo dal grembiule da scolaretto, ad uno sputo dall’adolescente e sento ancora il fiato sul collo del me di ieri. Gioco con giochi di ieri, mi diverto con cose di ieri, sogno come un bimbo e mi trovo spesso a dare tanto credito ai sogni quanto ne potrebbe dare soltanto un bambino; il bagaglio cambia, la forza per trasportarlo mi pare più o meno la stessa.
Continuo comunque a preferire l'entusiasmo del bambino e quindi, chiedendo scusa in anticipo, anche per quest’anno credo che resterò quello che sono.

Pace!




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3 gennaio 2012
Estratto
"Quando morì nel 1935, all'età di novant'anni, ci chiamò al suo capezzale e disse in inglese (il suo spagnolo non era ottimo, anche se lo parlava senza sforzo) con la sua voce esile: - Io sono soltanto una vecchia che sta morendo lentamente. Non vedo che cosa ci sia di strano o d'interessante -. Non capiva perché la casa ne fosse così sconvolta e ci chiedeva scusa di impiegare tanto tempo a morire."
Jorge Luis Borges, "Abbozzo di autobiografia"



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17 dicembre 2011
Di una necessità

Ci sarebbe la necessità, ora più di altre volte, di mettersi a dormire. Il momento, però, non può che esercitare un certo fascino: in un silenzio così sincero, che non teme di essere interrotto da chiamate alle armi improvvise, occorre abbandonarsi. Lo stato non è poi tanto differente da quello di un dormiente, essendosi staccati via all’ultimo cambio d’abito del giorno i pensieri di attimi circoscritti e passati, ed avendo ora la mente libera di decidere dove muoversi. L’inerzia del corpo, lasciato ebete dalla partenza dello spirito, somiglia poi a quell’attimo (più o meno dilatato, a secondo di quanto premono gli impegni immediatamente futuri) del primo risveglio, in cui a fatica ci si separa dal nido.
Dove andrebbe il pensiero, se la libertà di cui gode in questo momento fosse prolungata all’infinito?




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15 dicembre 2011
Il navigante
Un chiodo fisso da bambino, quello di prendere la via del mare. La mancata soddisfazione ha probabilmente portato ad una sorta di ribrezzo nei confronti delle spiagge.
Ma a volte ancora la testa si abbandona a quel viaggio nel mondo azzurro, quieto e eterno, che un certo autore tedesco del secolo scorso affiancò all'idea della morte.





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19 novembre 2011
Ritrovarsi
La penna vicina rende la stanza calda. Spegnendo la luce, ad eccezione di una piccola lampada da scrivania, si isola un angolo che è più facile da scaldare. Non c'è spazio per pensare a tutto, si starebbe stretti; ad ogni cosa, il suo attimo - ogni problema sta in fila ed aspetta il suo turno.
E già mi sono scordato del tempo.



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10 novembre 2011
La tavolozza dei colori
Il nuovo pezzo di Leonardo, perché stasera non potevo andare a dormire senza prima farlo parlare.

Aveva appena finito il caffè quando mi disse che non avrebbe preso altro per colazione. Ci eravamo alzati tardi, perché nessun impegno premeva prima di mezzogiorno e perché, chi per un motivo e chi per un altro, eravamo rincasati tardi. Leonardo aveva l’aria soddisfatta di chi ha appena raggiunto qualche obiettivo desiderato da tempo, il che era strano se si pensava che ci eravamo appena tirati su dal letto e che, per quanto sapessi dosare bene gli ingredienti nella moca, non era certo cosa da rimanerci stupiti.
Si avvicinò al rubinetto e cominciò a strofinare con le dita la tazzina, facendovi scorrere un po’ di acqua fresca all’interno e sui bordi.
“Hai mai pensato a quanto siamo tiranni nei confronti di noi stessi, in materia di ricordi?”
La sua domanda mi colse impreparato, gli dissi che non capivo bene a cosa si riferisse. Lui, come spesso faceva quando mi vedeva in situazioni simili - che sospetto tendesse a creare volutamente, sorrise e si mise a spiegarmi.
“Esistono diversi gradi, per così dire. Tu pensa ad una tavolozza di colori, di quelle da pittore, a tua disposizione. Determinati ricordi sono più vivi non necessariamente perché più vicini nel tempo: sono una tela che sei abituato a dipingere e ridipingere, una sorta di tema a cui tendi a ricorrere molto spesso. Qualsiasi sia il motivo che te li ha stampati in mente, che fosse passione piuttosto che dolore, che si tratti di faccende tristi o meno, sono immagini che spesso vuoi riprodurre; per questo, hai sempre a disposizione i colori sulla tua tavola, sapendo di utilizzarli frequentemente.
Ma noi siamo pittori che non smettono mai di raccogliere nuove fonti di ispirazione. Capita allora che i colori sulla nostra tavolozza vengano sostituiti, ed il ricordo prima vivo comincia a perdere la forma fino ad allora così familiare. Sappiamo ancora disegnarlo, ma non riusciamo più a trovare i colori che, magari, ‘chi sa dove li ho messi’. A forza di dipingere altro, ci dimenticheremo persino che tonalità servivano; alla fine, anche tracciare i contorni diventerà difficile.”
L’immagine mi aiutò a capire il quadro d’insieme, anche se ancora non riuscivo bene ad inquadrare quale fosse il punto su cui, quella mattina, mi voleva invitare a riflettere: ma bastò che io annuissi perché lui ricominciasse a guidarmi.
“Il tiranno dentro di noi sceglie l’opera che andremo a dipingere e nasconde i vecchi colori, stando bene attento prima a ripulire per bene la tavolozza. Il pittore assiste impotente, ma ancora non ne soffre, rallegrato com’è dal pensiero della moltitudine di nuove immagini che lo aspettano.
Ci rattrista però, quando ci fermiamo a pensare, non riuscire a ridipingere vecchie tele che ci erano state care. Ti è mai capitato? E cominciamo a domandarci: qual’era il colore di quei capelli? In che posto mi trovavo? Che tempo faceva? Qual’era la parte di tutto questo che riusciva a trasmettermi quel sentimento?
Ma noi siamo furbi, più di quanto non immaginiamo. Talmente tanto furbi da sorprenderci. Succede allora che, qualche volta, di notte, quando il tiranno sta dormendo, il pittore sgattaioli via dalla sua stanza facendo bene attenzione a non fare rumore. Col passo leggero si infila in quel magazzino dove tutte i vecchi dipinti erano stati gettati: copie su copie, ammassate l’una sull’altra. Li pulisce dalla polvere e ne sceglie uno solo per volta, quello che davvero era stato il suo miglior lavoro su quel soggetto: lo ammira, di nuovo, dopo tanto tempo.”
Asciugò la tazzina e la rimise apposto.
“Il nostro sogno è la sua via di fuga. Ogni notte dobbiamo sperare di sognare perché possiamo, di nuovo, dopo tanto tempo, tornare in possesso di quei contorni, di quei colori e rivivere qualcosa che per noi, una volta, era stato così importante da volerlo dipingere un milione di volte.”




permalink | inviato da Syd il 10/11/2011 alle 2:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
5 settembre 2011
Anticipazioni

Un piccolo accenno visivo al progetto che mi vede impegnato in questo periodo e che mi sta dando, in fase di costruzione, notevoli soddisfazioni:




permalink | inviato da Syd il 5/9/2011 alle 14:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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"Definire è limitare"
Oscar Wilde, "Il ritratto di Dorian Gray"

"Noi ti culliamo, amabile e grave Passione."
Arthur Rimbaud, "Le suore di carità"

"C'era una volta un gatto, un po' speciale. Nel corso dei secoli era nato e rinato più di un milione di volte. Non temeva la morte. Era stato allevato da generazioni di uomini verso cui non aveva provato che indifferenza. A un certo punto decise di diventare un libero gatto randagio. Incontrò una bella gatta bianca e vissero insieme felici e contenti. Passarono gli anni e la sua candida compagna, ormai vecchia, si spense. Lui pianse per più di un milione di volte, e poi la seguì. Non rinacque più."
Cowboy Bebop, da The real folk blues, parte II, episodio 26

"Oggi ci sono persone molto più giovani di me che vogliono fare i poeti di professione. L'altro giorno mi telefona un tale e mi dice: "Sa, io devo vincere un premio, perché ho bisogno di aiutare i miei genitori". Ma per aiutare i genitori ci possono essere molti altri mestieri! Il professionismo poetico non esiste ora, come non esisteva per i nostri maggiori poeti del '900. "
Giovanni Giudici, da “andare in Cina a piedi”.