Aveva appena finito il caffè quando mi disse che non avrebbe
preso altro per colazione. Ci eravamo alzati tardi, perché nessun impegno
premeva prima di mezzogiorno e perché, chi per un motivo e chi per un altro,
eravamo rincasati tardi. Leonardo aveva l’aria soddisfatta di chi ha appena
raggiunto qualche obiettivo desiderato da tempo, il che era strano se si
pensava che ci eravamo appena tirati su dal letto e che, per quanto sapessi
dosare bene gli ingredienti nella moca, non era certo cosa da rimanerci
stupiti.
Si avvicinò al rubinetto e cominciò a strofinare con le dita la tazzina,
facendovi scorrere un po’ di acqua fresca all’interno e sui bordi.
“Hai mai pensato a quanto siamo tiranni nei confronti di noi stessi, in materia
di ricordi?”
La sua domanda mi colse impreparato, gli dissi che non capivo bene a cosa si
riferisse. Lui, come spesso faceva quando mi vedeva in situazioni simili - che
sospetto tendesse a creare volutamente, sorrise e si mise a spiegarmi.
“Esistono diversi gradi, per così dire. Tu pensa ad una tavolozza di colori, di
quelle da pittore, a tua disposizione. Determinati ricordi sono più vivi non
necessariamente perché più vicini nel tempo: sono una tela che sei abituato a
dipingere e ridipingere, una sorta di tema a cui tendi a ricorrere molto spesso.
Qualsiasi sia il motivo che te li ha stampati in mente, che fosse passione
piuttosto che dolore, che si tratti di faccende tristi o meno, sono immagini
che spesso vuoi riprodurre; per questo, hai sempre a disposizione i colori
sulla tua tavola, sapendo di utilizzarli frequentemente.
Ma noi siamo pittori che non smettono mai di raccogliere nuove fonti di
ispirazione. Capita allora che i colori sulla nostra tavolozza vengano sostituiti,
ed il ricordo prima vivo comincia a perdere la forma fino ad allora così
familiare. Sappiamo ancora disegnarlo, ma non riusciamo più a trovare i colori
che, magari, ‘chi sa dove li ho messi’. A forza di dipingere altro, ci
dimenticheremo persino che tonalità servivano; alla fine, anche tracciare i contorni
diventerà difficile.”
L’immagine mi aiutò a capire il quadro d’insieme, anche se ancora non riuscivo
bene ad inquadrare quale fosse il punto su cui, quella mattina, mi voleva
invitare a riflettere: ma bastò che io annuissi perché lui ricominciasse a
guidarmi.
“Il tiranno dentro di noi sceglie l’opera che andremo a dipingere e nasconde i
vecchi colori, stando bene attento prima a ripulire per bene la tavolozza. Il
pittore assiste impotente, ma ancora non ne soffre, rallegrato com’è dal
pensiero della moltitudine di nuove immagini che lo aspettano.
Ci rattrista però, quando ci fermiamo a pensare, non riuscire a ridipingere
vecchie tele che ci erano state care. Ti è mai capitato? E cominciamo a
domandarci: qual’era il colore di quei capelli? In che posto mi trovavo? Che
tempo faceva? Qual’era la parte di tutto questo che riusciva a trasmettermi
quel sentimento?
Ma noi siamo furbi, più di quanto non immaginiamo. Talmente tanto furbi da
sorprenderci. Succede allora che, qualche volta, di notte, quando il tiranno
sta dormendo, il pittore sgattaioli via dalla sua stanza facendo bene
attenzione a non fare rumore. Col passo leggero si infila in quel magazzino
dove tutte i vecchi dipinti erano stati gettati: copie su copie, ammassate l’una
sull’altra. Li pulisce dalla polvere e ne sceglie uno solo per volta, quello
che davvero era stato il suo miglior lavoro su quel soggetto: lo ammira, di
nuovo, dopo tanto tempo.”
Asciugò la tazzina e la rimise apposto.
“Il nostro sogno è la sua via di fuga. Ogni notte dobbiamo sperare di sognare perché
possiamo, di nuovo, dopo tanto tempo, tornare in possesso di quei contorni, di
quei colori e rivivere qualcosa che per noi, una volta, era stato così
importante da volerlo dipingere un milione di volte.”